La valigia di pietra di nonna Mrike

scritto da Alma Gjini
Scritto 18 anni fa • Pubblicato 6 ore fa • Revisionato 6 ore fa
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A mia nonna Mrike, alla prima di una stirpe di Donne più forti di una valigia di pietre...
- Nota dell'autore Alma Gjini

Testo: La valigia di pietra di nonna Mrike
di Alma Gjini

Non torno spesso nella casa di mia nonna Mrike. Eppure, ogni volta che il viaggio verso Kurbnesh ricomincia, ho la sensazione che il tempo faccia qualcosa di strano, come se la strada non portasse soltanto avanti, ma scavasse all’indietro dentro la memoria.
Quel giorno ero già grande quando partii con mia madre Drane. Il paesaggio scorreva lento tra le montagne della Mirdita e io guardavo i pendii rocciosi, gli alberi piegati dal vento, le case sparse come ferite nella montagna. Il cielo era basso, grigio in alcuni punti, luminoso in altri, e il silenzio della strada sembrava più pesante del solito.
Fu durante quel viaggio che i ricordi iniziarono a tornare. Non tutti insieme. Prima piccoli dettagli, l’odore della terra bagnata, il rumore delle scarpe sulla pietra, il vento freddo che scendeva tra Kthellë e Perlat. Poi, lentamente, tutto il resto.
Mi rividi bambina, con mia madre e i miei fratelli lungo il sentiero che portava alla casa della nonna. Camminavamo per ore tra montagne enormi che allora mi sembravano infinite.  Mirdita era viva nel vento, l’erba alta piegata, le pietre scaldate dal sole, il rumore lontano dei corvi che lottavano con le aquile e quel silenzio profondo che esiste solo nei luoghi dove la natura sembra più vecchia degli uomini.
La strada durava ore, cinque forse, o almeno così sembravano alle gambe di una bambina. Più salivamo e più il mondo spariva dietro di noi. Restavano le montagne, il respiro corto e quella sensazione strana che il paesaggio ci stesse osservando. A metà percorso ci fermavamo sempre alla fontanella e pranzavamo.

«Te kroi», la chiamava mia madre.

Era una sorgente semplice, costruita con rami e corteccia intrecciata attorno alla pietra. L’acqua scendeva fredda direttamente dalla montagna e cadeva nella vaschetta scavata nella roccia con un suono continuo, quasi un sussurro. Quando la vedevamo sapevamo che ormai mancava poco, poco alla casa di mia nonna, poco al verde, poco a lei e i suoi abbracci.
La casa di mia nonna Mrike, a Zajs, non era una casa come le altre. Era fatta di pietra vera, pesante, grigia verniciata con la vernice bianca scolorita in più punti e con le tegole in terracotta. Le pareti trattenevano il freddo anche d’estate e la notte scricchiolavano piano, come se la casa avesse un respiro tutto suo.
Lei l’aveva costruita da sola, pietra dopo pietra, portando i sassi dal fiume. Le sue mani piccole, magre, consumate dal lavoro avevano sollevato quel mondo senza aiuto e ogni muro sembrava conservare qualcosa della fatica che le era costato.
Era una donna minuta, quasi fragile a guardarla, ma solo a guardarla. Vestiva ancora come le donne della sua generazione in Mirdita, con l’abito tradizionale che aveva portato per tutta la vita. Da quando era morto mio nonno, però, su quegli abiti era rimasto il nero del lutto. Non lo aveva più lasciato. Portava il copricapo scuro e sotto teneva le lunghe trecce raccolte con ordine. Io l’ho conosciuta così, sempre vestita di nero, come se anche il tempo trascorso dalla morte di suo marito non avesse avuto il diritto di sciogliere quel lutto. Sembrava appartenere a un tempo più antico del nostro. Quando camminava non faceva rumore, eppure la sua presenza riempiva ogni stanza.

 La sua famiglia era stata segnata dalla politica. Aveva parenti «ballisti e dissidenti» e per questo il regime non li aveva mai lasciati in pace. Suo marito, mio nonno materno, era morto quando mia madre aveva soltanto sette anni. Da allora aveva cresciuto da sola le sue tre figlie: mia madre Drane e le mie zie Dava e Flora. Flora era ancora nel suo ventre quando la vita le aveva già tolto metà del mondo. Eppure, mia nonna non si era fermata.
Quando arrivavamo, la casa era sempre lì, immersa nel verde e circondata da ciliegi, gelsi, fichi e meli. Un verde fitto, quasi selvatico. Le foglie si muovevano anche quando il vento sembrava fermo e, di sera, gli alberi diventavano ombre scure contro le finestre. L’orto, invece, era perfetto, ordinato come se qualcuno lo avesse disegnato prima dell’alba. La mattina la prima cosa che sentivamo era il gallo. Poi arrivava il rumore della scopa. Era lei, Mrike.

Usciva nel cortile e cominciava a pulire con una scopa fatta di rami legati insieme. Lo faceva con movimenti precisi, parlando con la terra e con tutti gi alberi intorno. Non so perché, ma da bambina avevo l’impressione che quel gesto non servisse soltanto a tenere pulito il cortile. Era come se, spazzando ogni mattina, rimettesse ordine anche nel resto della sua vita. Poi accendeva la radio.
Radio Tirana entrava nella casa con quella voce lontana, metallica, e l'inno nazionale all'inizio delle trasmissioni.. A volte la radio gracchiava improvvisamente nel silenzio e io sobbalzavo perché mi sembrava che qualcuno parlasse da dentro i muri. Le giornate da mia nonna avevano un ordine preciso. Prima il lavoro nell'orto, poi il latte, poi tutto il resto.
La mucca veniva munta all’alba e il latte lavorato subito. Mia nonna prendeva il Mte, come lo chiamava lei nel nostro dialetto geg, l’alto recipiente di legno che in albanese si chiama dybek, consumato dagli anni e dall’uso. Dentro versava il latte e poi cominciava a lavorarlo muovendo su e giù il lungo bastone di legno, con gesti regolari e profondi.

Tac. Tac. Tac.

Quel suono riempiva la casa.

Tac. Tac. Tac.

A volte, di notte, mi sembrava di sentirlo anche quando mia nonna dormiva, come se fosse rimasto nelle pareti. E lentamente, tra quelle mani, il latte diventava burro, formaggio, qualcosa da mettere in tavola.
Ma la cosa che ricordo più di tutto non è il lavoro. È la valigia.
Stava sempre sotto il letto di mia nonna Mrike. Non se ne parlava, non la si toccava. Il letto era alto, coperto da coperte pesanti che odoravano di legna, sapone e inverno e, sotto, nel buio, c’era quella valigia chiusa. Quando ero piccola non facevo domande, ma la vedevo. La vedevano tutti. E tutti, tranne me, sembravano sapere cosa significasse.

Un giorno, durante una delle estati trascorse lì, mi avvicinai a mia madre.

«Cos’è quella valigia sotto il letto della nonna?»

Lei rimase in silenzio per qualche secondo di troppo. Poi disse soltanto:

«Non si apre.»

Ricordo ancora il modo in cui lo disse. Non sembrava un semplice divieto. C’era qualcosa nella sua voce che mi impedì di fare altre domande. Molti anni dopo mia madre mi raccontò la verità, non tutta insieme, ma a pezzi, come spesso si raccontano le cose che fanno ancora male.
La famiglia di mia nonna era stata perseguitata per anni: gli zii «ballisti e dissidenti», le accuse, i controlli, la paura che qualcuno potesse arrivare da un momento all’altro. La valigia sotto il letto nasceva da quella paura.
 Una notte, molti anni prima, qualcuno era arrivato davvero. Fuori nevicava e “murrani” come la chiamavano il vento passava tra le assi del tetto e la casa era piena di freddo.
 Bussarono alla porta con tre colpi secchi e precisi ma non particolarmente forti e forse era proprio questo a renderli ancora più spaventosi. Mia nonna era già sveglia. In quella casa, mi raccontò mia madre, nessuno dormiva mai del tutto tranquillo.
Mamma aveva nove anni. Era nel letto quando sentì i passi nel corridoio e il silenzio improvviso di sua madre. Mia nonna non gridò e non pianse, semplicemente si alzò e andò ad aprire.
Erano uomini del regime. Entrarono portandosi dentro l’odore della neve sciolta sugli stivali e quello del fumo bagnato dei cappotti senza dire molto perché dovevano controllare la casa.
Cominciarono a camminare nelle stanze lentamente mentre il pavimento di legno scricchiolava sotto i loro passi e, per una bambina di nove anni, ogni rumore sembrava enorme.
Poi arrivarono nella stanza di mia nonna vicino al letto. Uno degli uomini si chinò e vide la valigia.
Mia madre, ogni volta che mi raccontava quel momento, ripeteva sempre la stessa frase:

«Io smisi di respirare.»

L’uomo tirò fuori la valigia e il rumore sul pavimento fu lento e pesante. La aprì. Per qualche secondo nessuno parlò e nella stanza si sentiva solo il rumore del silenzio ansioso.
Dentro c’erano vestiti, documenti, fotografie. Lo stretto necessario nel caso in cui una notte qualcuno fosse arrivato a prenderli e fosse stato necessario lasciare la casa in fretta, senza sapere per quanto tempo e senza la certezza di poter tornare.Le poche cose che mia nonna aveva preparato per il giorno in cui forse avrebbe dovuto lasciare la propria casa.
L’uomo guardò e poi richiuse la valigia, la spinse di nuovo sotto il letto e se ne andarono.
Nessuno disse nulla e forse fu proprio questo a restare più impresso a mia madre, non sapere cosa avessero capito, cosa avessero pensato, se sarebbero tornati. La valigia, però, era stata vista.
Molti anni dopo chiesi a mia nonna Mrike perché non l’avesse mai buttata.
Lei mi guardò appena. Era sempre la stessa donna piccola e magrissima, avvolta nel nero che portava dalla morte di mio nonno, con il copricapo e le trecce raccolte sotto il tessuto.

«Perché chi ha vissuto la guerra non smette mai di prepararsi alla prossima.»

Non aggiunse altro e riprese a lavorare il latte.

Tac. Tac. Tac, come aveva fatto per tutta la vita.

Oggi, quando penso a quella casa di pietra a Zajs, non penso per prima cosa alla paura. Penso a una donna che aveva costruito il proprio mondo con le sue mani. Penso alla scopa di rami nel cortile, al gallo all’alba, alla voce di Radio Tirana, alle canzoni con “Cifteli”, al latte che diventava burro.
E penso alla valigia sotto il letto. Per anni l’ho creduta il segno di una possibile fuga. Oggi penso che fosse qualcosa di diverso, la memoria di ciò che mia nonna aveva attraversato e il suo modo silenzioso di dire alla storia che, qualunque cosa fosse tornata a bussare alla sua porta, questa volta l’avrebbe trovata pronta.

© 2008 Alma Gjini. Tutti i diritti riservati.

 

La valigia di pietra di nonna Mrike testo di Alma Gjini
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